Ritenute e compensazioni in appalti e subappalti: disciplina per i “contratti promiscui”

Gli Enti non commerciali, nella qualità di committenti di contratti di appalto “promiscui”, ai fini del calcolo della soglia prevista per l’applicazione degli obblighi in materia di ritenute e compensazioni in appalti e subappalti, moltiplicano il costo annuo dell’appalto per il coefficiente derivante dal rapporto tra i ricavi dell’attività commerciale e l’ammontare complessivo di tutti i ricavi e proventi (Agenzia delle Entrate – Risposta 21 ottobre 2020, n. 492)

In materia di ritenute e compensazioni in appalti e subappalti ed estensione del regime del reverse charge per il contrasto dell’illecita somministrazione di manodopera, è stabilito che i soggetti residenti ai fini delle imposte dirette nello Stato, i quali affidano il compimento di una o più opere o di uno o più servizi di importo complessivo annuo superiore a euro 200.000 a un’impresa, tramite contratti di appalto, subappalto, affidamento a soggetti consorziati o rapporti negoziali comunque denominati caratterizzati da prevalente utilizzo di manodopera presso le sedi di attività del committente con l’utilizzo di beni strumentali di proprietà di quest’ultimo o ad esso riconducibili in qualunque forma, sono tenuti a richiedere all’impresa appaltatrice o affidataria e alle imprese subappaltatrici, obbligate a rilasciarle, copia delle deleghe di pagamento relative al versamento delle ritenute fiscali sui redditi di lavoro dipendente e assimilati, trattenute dall’impresa appaltatrice o affidataria e dalle imprese subappaltatrici ai lavoratori direttamente impiegati nell’esecuzione dell’opera o del servizio. Il versamento delle ritenute di cui al periodo precedente è effettuato dall’impresa appaltatrice o affidataria e dall’impresa subappaltatrice, con distinte deleghe per ciascun committente, senza possibilità di compensazione. (art. 17- bis, del D.Lgs. n. 241 del 1997).
Con riferimento agli Enti non commerciali (pubblici e privati), l’Agenzia delle Entrate chiarisce che gli stessi sono esclusi dall’applicazione di tale disposizione limitatamente all’attività istituzionale di natura non commerciale svolta.
Inoltre, precisa che affinché la stessa trovi applicazione è necessario, tra l’altro, che il contratto di appalto, subappalto, affidamento a soggetti consorziati o rapporti negoziali comunque denominati siano “caratterizzati da un prevalente utilizzo di manodopera”.
In caso di stipula di contratti misti di affidamento del compimento di opere e servizi, nonché ai contratti di affidamento di opere, al fine di determinare la prevalenza, occorre fare riferimento al rapporto tra la retribuzione lorda riferita ai soli percettori di reddito di lavoro dipendente e assimilato (numeratore) e il prezzo complessivo dell’opera o dell’opera e del servizio nel caso di contratti misti (denominatore).
La previsione normativa non si applica qualora le imprese appaltatrici o affidatarie o subappaltatrici comunichino al committente di “aver eseguito nel corso dei periodi d’imposta cui si riferiscono le dichiarazioni dei redditi presentate nell’ultimo triennio complessivi versamenti registrati nel conto fiscale per un importo non inferiore al 10 per cento dell’ammontare dei ricavi o compensi risultanti dalle dichiarazioni medesime”. A tal fine si fa riferimento al rapporto tra i complessivi versamenti effettuati tramite modello F24 per tributi, contributi e premi assicurativi INAIL, al lordo dei crediti compensati, nel corso dei periodi d’imposta cui si riferiscono le dichiarazioni dei redditi presentate nell’ultimo triennio (numeratore) e i ricavi o compensi complessivi risultanti dalle dichiarazioni presentate nel medesimo triennio (denominatore).
Per quanto concerne i criteri di determinazione dei redditi degli enti non commerciali residenti, l’Agenzia delle Entrate osserva che le spese e gli altri componenti negativi relativi a beni e servizi adibiti promiscuamente all’esercizio di attività commerciali e di altre attività, sono deducibili per la parte del loro importo che corrisponde al rapporto tra l’ammontare dei ricavi e altri proventi che concorrono a formare il reddito d’impresa e l’ammontare complessivo di tutti i ricavi e proventi.


Sulla base di tali considerazioni, dunque, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che nell’ipotesi di contratti “promiscui”, ovvero di contratti di appalto riferiti all’acquisto di servizi generali, comuni sia all’attività istituzionale sia a quella commerciale, ai fini del calcolo della soglia di euro 200.000 annui, è necessario porre in relazione il costo dell’appalto con la quota proporzionale di ricavi riferiti all’attività commerciale.
In altri termini, gli obblighi in materia di ritenute e compensazioni in appalti e subappalti trovano applicazione qualora il rapporto tra l’ammontare dei ricavi e altri proventi relativi all’attività commerciale (numeratore) e l’ammontare complessivo di tutti i ricavi e proventi (denominatore), moltiplicato per il costo annuo pattuito per l’affidamento all’impresa del compimento di servizi generali funzionali sia all’attività istituzionale sia a quella commerciale, risulti di importo complessivo superiore ad euro 200.000. Tale rapporto va determinato con riferimento ai ricavi del periodo d’imposta precedente a quello di inizio di esecuzione del contratto promiscuo.
Resta fermo che, al superamento della soglia come sopra determinata, gli obblighi in esame si applicheranno con riferimento a all’intero contratto.